mercoledì 8 maggio 2013

POLITICA:"ANDREOTTI - I"

Giulio, eri tutti loro




Andreotti era il simbolo del cinismo al potere, del potere per il potere, fine a se stesso, del “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Un politico convinto dell’irredimibilità della corruzione e delle collusioni, che usò a piene mani senza mai provare a combatterle. Eppure, o forse proprio per questo, era il politico più popolare.

di Marco Travaglio, da il Fatto Quotidiano

Uno straniero atterrato ieri in Italia da un paese lontano durante la lunga veglia funebre per Andreotti a reti unificate, vedendo le lacrime e ascoltando le lodi dei politici democristi e comunisti, berlusconiani e socialisti, ma anche dei giornalisti e degli intellettuali da riporto di tutte le tendenze e parrocchie, non può non pensare che l’Italia abbia perso un grande statista, il miglior politico di tutti i tempi, un padre della Patria che ha garantito al Paese buongoverno e prosperità, e ciononostante fu perseguitato con accuse false da un pugno di magistrati politicizzati, ma alla fine fu riconosciuto innocente e riabilitato agli occhi di tutti nell’ottica di una finalmente ritrovata pacificazione nazionale. La verità, naturalmente, è esattamente quella opposta. Non solo giudiziaria. Ma anche storica e politica.

È raro trovare un politico che ha occupato tante cariche (7 volte premier, 33 volte ministro, da 13 anni senatore a vita) e ha fatto così poco per l’Italia: nessuno - diversamente che per gli altri cavalli di razza Dc, da De Gasperi a Fanfani a Moro - ricorda una sola grande riforma sociale o economica legata al suo nome, una sola scelta politica di ampio respiro per cui meriti di essere ricordato. Andreotti era il simbolo del cinismo al potere, del potere per il potere, fine a se stesso, del “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Il primo responsabile, per longevità politica, dello sfascio dei conti pubblici che ancora paghiamo salato. Un politico buono a nulla, ma pronto a tutto e capace di tutto. Il principe del trasformismo, che l’aveva portato con la stessa nonchalance a rappresentare la destra, la sinistra e il centro della Dc, a presiedere governi di destra ma anche di compromesso storico, a essere l’uomo degli Usa ma anche degli arabi.

Un politico convinto dell’irredimibilità della corruzione e delle collusioni, che usò a piene mani senza mai provare a combatterle, perchè - come diceva Giolitti e come gli suggeriva la natura - “un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo, deve fare la gobba anche all’abito”. Eppure, o forse proprio per questo, era il politico più popolare. Perchè il più somigliante a quell’“italiano medio” che non è tutto il popolo italiano. Ma ne incarna una bella porzione e al contempo la tragica maschera caricaturale. Se però Andreotti spaccava gli italiani, affratellava i politici, che han sempre visto in lui - amici e nemici - il proprio santo patrono e protettore. La sua falsa assoluzione, in fondo, era anche la loro assoluzione. Per il passato e per il futuro.

Per questo, quando le Procure di Palermo e Perugia osarono processarlo per mafia e il delitto Pecorelli, si ritrovarono contro tutto il Palazzo. Il massimo che riusciva a balbettare la sinistra era che, sì, aveva qualche frequentazione discutibile, ma che stile, che eleganza in quell’aula di tribunale dove non si era sottratto al processo (il non darsi alla latitanza già diventava un titolo di merito). Fu parlando del suo processo che B. diede dei “matti, antropologicamente diversi dalla razza umana” a tutti i giudici. Fu quando si salvò per prescrizione che Violante criticò l’ex amico Caselli per averlo processato e la Finocchiaro esultò per l’inesistente “assoluzione”. Anche i magistrati più furbi e meno “matti”, come Grasso, si dissociarono dal processo e fecero carriera.

Oggi le stesse alte e medie e basse cariche dello Stato che l’altroieri piangevano la morte di Agnese Borsellino piangono la morte di Giulio Andreotti. Ma non è vero che fingano sempre: piangendo Andreotti, almeno, sono sincere. Enrico Letta, alla notizia che la Cassazione aveva giudicato Andreotti mafioso almeno fino al 1980, si abbandonò a pubblici festeggiamenti: “Quante volte da bambino ho sentito nominare Andreotti a casa di zio Gianni. Era la Presenza e basta, venerata da tutti. Io avevo una venerazione per questa Icona!”. E giù lacrime per l’“ingiustizia” subìta dalla venerata Presenza anzi Icona, fortunatamente “andata a buon fine” tant’è che “siamo tutti qui a festeggiare” (un mafioso fino al 1980). L’altro giorno Letta jr. è divenuto presidente del Consiglio. È stato allora che il Divo ha capito di poter chiudere gli occhi tranquillo.

(7 maggio 2013)

martedì 7 maggio 2013

CULTURA E POLITICA:"LA CULTURA RENDE UN POPOLO......."

LA CULTURA RENDE UN POPOLO FACILE DA GUIDARE,MA DIFFICILE DA TRASCINARE;FACILE DA GOVERNARE,MA IMPOSSIBILE A RIDURSI IN SCHIAVITU'

Queste riflessioni appartengono ad un discorso che Lord Henry Brougham,fondatore della "Società per la Diffusione del Sapere Utile",fece alla Camera dei Comuni nel 1828

LETTERATURA:IL GIOVANE POETA RIMBAUD

7 maggio 2013

IL GIOVANE POETA ARTHUR RIMBAUD:



 La poesia:"Sensazione"

Nelle azzurre sere d'estate,andrò per i sentieri,
punzecchiato dal grano,a pestar l'erba tenera;
trasognato sentirò la sua frescura sotto i piedi
e lascerò che il vento mi bagni il capo nudo.

Io non parlerò,non penserò più a nulla:
ma l'amore infinito mi salirà nell'anima,
e me ne andrò lontano,molto lontano,come uno zingaro,
nella Natura,lieto come con una donna.
(marzo 1870- aveva 16 anni)

Il desiderio di evasione;la visione panica della natura,simbiosi dell'uomo e la natura.
L' Io del poeta emerge nella metafora dello zingaro che vaga errabondo senza meta.



Arthur Rimbaud (Charleville,1854-Marsiglia,1891) formò con Stéphane Mallarmé e Paul Verlaine, (siamo in Francia nella seconda metà del XIX secolo), la triade dei creatori della poesia moderna,non solo francese .
Con loro, e altri su un piano più modesto, la Francia conobbe,dopo l'età romantica e il parnassianesimo,un'altra stagione di fioritura poetica e di idee,contraddistinta con il nome di Simbolismo  e i cui germogli erano già, peraltro,presenti nell'opera di Charles Baudelaire.
Per comprendere i caratteri del nuovo movimento e come esso abbia influenzato anche l'arte narrativa e quindi non solo la poesia,è utile annotare che il parnassianesimo
anch'esso apparso nella seconda metà del XIX secolo,fu una ulteriore corrente poetica
che prefigurava la tendenza alla perfezione stilistica,(ritorno al Parnaso,il monte sacro di Apollo)con l'intento di reagire all'eccesso sentimentale del Romanticismo,negando
l'impegno sociale o politico del poeta ed esaltandone il riserbo e l'impersonalità;la poesia,insomma,doveva avere il solo scopo di perseguire la bellezza,di tendere e codificare il"bello stile".Paul Verlaine ne fece parte e nel 1866 compose sette poesie raccolte nei "Poèmes Saturniens"di cui propongo la lettura della nota "Mon réve familier"allo scopo di coglierne i tratti caratterizzanti parnassiani :

Io faccio spesso questo sogno strano e penetrante
d'una misteriosa donna, che amo, e che m'ama,
e ch'ogni volta non è mai sempre la stessa,
né mai del tutto un'altra, e m’ama e mi comprende.

Si, mi comprende, e il mio cuore, trasparente,
per lei sola, ah! cessa d’essere un problema
per lei sola, e il madore della mia livida fronte,
lei solo lo sa rinfrescare, piangendo.

È ella bruna, bionda o rossa ? — Io l'ignoro.
Il suo nome? Ricordo ch'è dolce e sonoro
come quello degli amanti dalla Vita esiliati.

Il suo sguardo è simile a quello delle statue,
e, la sua voce, lontana, calma, e grave, ha
il suono delle care voci ormai estinte.
(Paul Verlaine,1866)
(Delicatezza del ritmo,espressione di naturali sentimenti amorosi,struttura semplice che
danno della lirica un quadro di bellezza stillstica parnassiana)


 

Andava intanto affermandosi il Simbolismo, che prese coscienza di sé dal 1886 (anno del manifesto di Jean Moréas) al '900 e che si dimostrò essere un fenomeno letterario di ben più vasta scala collegandosi all'Impressionismo  nella pittura e all'Irrazionalismo nella filosofia.
Si trattava di una nuova maniera poetica e solo poetica,giacchè in esso fu realizzata la scissione tra poesia e narrativa,e  la cui diffusione segnò la fine del'età romantica.
Il Simbolismo rinunciava al carattere descrittivo e illustrativo della poesia tradizionale,privilegiava l'aspetto simbolistico dell'opera esaltando i lati più segreti e originali del poeta,una poesia che si appellava alla sua vita interiore e a quanto di più misterioso in essa risiede,utilizzando gli strumenti dell'intuizione e dell'immagine,rivolgendosi,di riflesso,alla sensibilità del lettore e non alla sua ragione e al suo intelletto.
Arthur Rimbaud ne personificò l'essenzialità; fu più originale e più potente di Verlaine e di Mallarmé, più libero dai condizionamenti del conformismo culturale borghese esprimendosi con durezza e alogicità;i suoi versi rivelavano spontaneità giovanile e una inconfondibile originalità,non dimentichiamo che stiamo parlando di un Rimbaud sedicenne,all'esordio della sua geniale produzione poetica,studente di liceo nella natia Charleville,dove il suo ingegno gli valse giudizi lusinghieri,premi e note di merito,nonché una rapida carriera scolastica.
Chi conosce già la sua vicenda umana,per averla studiata sui banchi di scuola o per averla approfondita in quanto amante della poesia e dell'arte in generale,ed é il mio caso,e volendo dare di essa una traccia completa,pur con i limiti di una conoscenza  autodidattica,non può non partecipare con un sentimento di intima comprensione e rimpianto alle sofferenze interiori del giovane Rimbaud e alle sue inquietudini che lo videro impegnato nella ricerca e conoscenza del proprio"Io"per cercare di collocarlo,non solo all'interno del suo nuovo mondo poetico,ma anche nella realtà del mondo fisico che lo circondava,dapprima, di quello ristretto della famiglia,della scuola,della chiesa e poi successivamente di quello più amplio della società parigina.
Egli ben presto manifestò il desiderio di rompere i rapporti con la famiglia e l'ambiente di Charleville,decise di affrancarsi dal cristianesimo dopo un periodo travagliato di continue contraddizioni;credeva  nel potere del cristianesimo ma decise di uscirne.
Nel 1871,anno in cui scrisse "Le bateau ivre", mise in atto la sua prima fuga a Parigi per condividere l'euforia  per la proclamazione della Repubblica
con la conseguente istituzione della "Comune";seguirono altri vagabondaggi nel Belgio fino a Bruxelles,ritornò a Parigi invitato da Paul Verlaine, entusiasta del lavoro poetico
del giovane, e da questi fu introdotto negli ambienti letterari,per lo più ostili verso i suoi eccessi lirici,iniziando  un periodo di vita sregolata fondata sul rapporto particolare
che si era venuto,intanto, a creare con Verlaine.Insieme continuarono i vagabondaggi ,che li videro soprattutto in Inghilterra e in Belgio,sono gli anni '72 e '73:del 1872,aveva 17 anni,è il celeberrimo sonetto:"Vocali",emblema del simbolismo,del 1873 è l'opera
"Illuninations"(prosa e poesia) e "Une Saison en Enfer"(prosa).
Poi avvenne la rotttura con Verlaine a cui fece seguito un ritiro a Roche presso una casa per ferie della famiglia dove compose le opere citate.Egli tentò di inserirsi nella società borghese,ma fu sempre dalla parte degli infelici ritrovandosi cosi solo,privo dell'affetto di una donna o di un qualsiasi compagno.

Il 1871 fu un anno importante poichè Rimbaud  tracciò,nella "Lettera del veggente",inviata il 15 maggio all'amico poeta Paul Démeny , i lineamenti della "(...letteratura nuova,distrusse in poche righe il passato letterario della Francia e del mondo;salvi solo i Greci dell'antichità.Ora bisogna instaurare una poesia nuova,fondata sull'assioma che "Io é un altro"...il nostro "Io"é ancora inesplorato,sepolto e confuso nell'inconscio e a lui bisogna ricorrere per ricongiungersi con "l'Intelligenza universale".Il primo studio dell'uomo che vuole essere poeta,prosegue il magister diciassettenne,é la conoscenza di se stesso.Sembra semplice.Ma si tratta di farsi un'anima mostruosa.Bisogna essere veggenti.Il poeta si fa veggente per mezzo di un lungo,immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi.Tutte le forme d'amore, di sofferenza,di follia;egli consuma in sè tutti i veleni per non conservarne che le quintessenze.E cosi arriva all'ignoto;e quand'anche,sgomento,finisse a perdere l'intelligenza delle sue visioni,egli le ha viste)"- (da:Storia della letteratura francese di Mario Bonfantini-Ed.Mondadori/pag.322)
Non si può non restare colpiti da un somma e rispettosa sensibilità,almeno per quanto mi riguarda,leggendo l'esposizione dei contenuti del suo geniale,precoce intelletto,soprattutto perchè si legge tra le righe una sofferenza predestinata: lui amava la sua poesia ma era consapevole,forse,che l'essere poeta veggente l'avrebbe portato verso la solitudine dell'ignoto,a percorrere un  cammino lungo lande solitarie e sconosciute dove "l'Io-poeta errante avrebbe presagito la nuova forma poetica e percepito le sue visioni,in un intreccio di suoni e di sensi,in un disordine dal quale sarebbe stato difficile uscire se non ritraducendo quel caos con la ragione.
Dibattuto,quindi,consunto da travolgenti contraddizioni e tra queste le antinomie fra sregolamento dei sensi e ragione,ribellione da una parte e la ragione dall'altra,libertà e civiltà,capi che non c'era via d'uscita se non quella della follia e cosi decise di rinunciare alla sua poesia,rinnegò il suo passato ponendo fine alla sua stagione poetica,i cui frutti restarono e restano per comprendere come la sua lirica sia stata una nuova forma di conoscenza tra ispirazione ed esaltata immaginazione.
La sua opera :
dal 1869 al 1872,dai quindici ai diciotto anni,scrisse  42 poesie,tra cui il celeberrimo poema "Le bateau ivre" e l'altrettanto celeberrima poesia "Vocali",raccolte sotto il titolo di "Premièrs vers"
nel 1873,scrisse "Illuminations"e "Une saison en Enfer".

Sopravvisse l'uomo Rimbaud impegnato a svolgere,dal 1874 al 1891, anno della sua morte,le più disparate attività da cui trarre i mezzi di sussistenza e in alcuni casi anche guadagni cospicui come accadde
nel 1886/87 quando,in Africa, organizzò un traffico di armi per conto del Ras Menelik d'Abissinia.
Dette lezioni di francese in Inghilterra,fu precettore a Stoccarda,volontario nell'esercito coloniale olandese da cui,una volta giunto a Batavia,disertò per rientrare in Europa;sul finire del 1876 riparti per l'Oriente alla volta di Aden e da qui in Abissinia,dove rimase per dieci anni.
Nel frattempo,nel 1886, fu pubblicata la raccolta di prose "Illuminations"che consolidò la sua nascente fama alla cui diffusione contribui Verlaine che tracciò del poeta,suo vecchio amico,un profilo nel 1883.
Il suo continuo vagabondare, secondo il mio parere, rivela la persistenza di quell'inquietudine esistenziale riflessa,ora,nel mondo fisico,e di cui non potè mai liberarsi, neanche dopo avere negato il suo passato di poeta veggente e che l'accompagnò fino alla morte, avvenuta nel 1891 a Marsiglia.

LA  poesia "Voyelles"  (Vocali)

(Tanto si è detto e scritto a commento di questo sonetto,studiosi,critici,scrittori di rilievo,interpretazioni tutte autorevoli e seducenti;il lettore può conoscerle e approfondirle leggendo testi specializzati.
Per quanto riguarda il mio modesto e autodidattico parere,posso dire semplicemente
che i versi sono coerenti con la trama simbolista di tutta l'opera di Rimbaud che essi
esprimono nella sua mente il legame tra immagine e fantasia,colore e suo significato simbolico.
Il Sonetto fu composto nel 1872:Rimbaud aveva 17 anni)

A nera, E bianca, I rossa, U verde,O blu: vocali,
io dirò un giorno le vostre segrete origini:
A, nero,corsetto villoso delle mosche lucenti
che ronzano intorno a crudeli fetori,

golfi d'ombra; E,candori di vapori e di tende,
lance di fieri ghiacciai,bianchi re,brividi d'umbelle;
I, porpora,souto di sangue,riso di belle labbra
nella collera o nelle ebrezze penitenti;

U, cicli, fremiti divini di mari verdi,
pace dei pascoli disseminati di animali,pace delle rughe
che l'alchimia scava nelle ampie fronti studiose;

O, Tromba suprema piena di stridori strani,
silenzi solcati dai Pianeti e dagli Angeli:
- O l'Omega e il raggio violetto dei Suoi Occhi !


 LA POESIA " LE BATEAU IVRE"     (Il battello ebbro)

(Rimbaud s'identifica nel battello che compie un viaggio interiore,un'avventura spirituale,un conflitto contro l'esistenza stessa,in cui la violenza delle immagini
riflette la sua esperienza "veggente".
"Notevole è la maestria tecnica del verso,la forma sintattica del discorso e la padronanza dell'uso delle metafore".(giudizio tratto da "Rimbaud -Poesie/Newton Compton Editori")
Mentre scendevo il corso di fiumi impassibili,
Non mi sentii più trainato con le funi dell’alaggio:
Bersagliati i miei uomini da Pellerossa striduli,
Inchiodato nudo a variopinti pali l’equipaggio.

Non mi curavo dei carichi nella mia stiva,
Portassi tela di Fiandra oppur cotone inglese;
Mentre con la mia ciurma anche il chiasso moriva,
I Fiumi mi lasciarono andare alle mie discese.

Tra sciarbodii furiosi di maree, l’altro inverno,
Più sordo del cervel d’un bimbo, corsi a tentoni.
E le Penisole fluttuanti in derive senza governo
Non subirono mai più trionfali scrolloni.

La tempesta ha benedetto le mie sveglie marittime;
Più lieve d’un tappo danzai per dieci notti su onde
Che sono chiamate “eterne portatrici di vittime”,
Senza rimpiangere i fari e le loro insulse ronde.

Più dolce che le mele asprigne per un bambino,
L’acqua smeraldo penetrò nel mio scafo d’abete,
Lavando le tracce di vomito e le macchie di vino,
Sperdendo àncora e timone nell’azzurra quiete.

Da allora mi sono bagnato nel Poema del Mare,
Infuso d’astri e fatto lattescente, ho divorato
Ogni ceruleo verde, ove a volte vedi fluttuare,
Relitto pallido in estasi, un assorto annegato;

E ove, tingendo d’un tratto bluastre enfiagioni,
Per deliri e ritmi lenti nel rutilante calore,
Più forti dell’alcool, più vasti delle nostre canzoni,
Fermentano ancora i rossori amari dell’amore!

Conosco i cieli che esplodono in lampi, e le trombe
D’aria, e le risacche e le correnti e le sere;
Poi l’Alba eccitata come un popol di colombe,
E cose che l’uomo a volte crede di vedere.

Ho visto il sole basso, tinto di mistici orrori,
Illuminare certe fissità viola e persistenti,
Come attori d’antichi drammi, e ondosi umori
Portar via i loro brividi come scosse di battenti!

Ho sognato la notte verde di nevi abbagliate,
Che salendo lenta agli occhi dei distesi mari,
Baciava arterie di linfe mai prima osservate,
E la sveglia giallo-azzurra di fosforei cantari!

Per mesi ho seguito l’assalto del mare a uno scoglio,
Qual mandria di vacche isteriche, senza pensare
Che il grugno degli oceani in asmatico gorgoglio
Potesse sotto il piede di Maria farsi schiacciare.

Ho cozzato (pensate un po’!) in Floride di meraviglie,
Dove i fior d’occhi di pantera li distingui a stenti
Dalla pelle d’uomo! Poi arcobaleni tesi come briglie
Sotto la linea dei mari, verso glauchi armenti!

Ho visto fermentare enormi paludi, e reti
Dove un Leviatano intero marcisce tra le fratte,
E crolli d’acqua tra bonacce in lunghe quieti,
E lontananze vanire verso abissi in cateratte.

Ghiacciai, soli argento, flutti perla, cieli di braci,
Orridi relitti persi in fondo a golfi bruni,
Ove serpi giganti ròse da cimici rapaci
Cadono da contorti alberi tra neri profumi!

Da floreali spume erano le mie derive cullate,
Venti ineffabili m’alzavano in balzi volanti,
E avrei voluto mostrare ai fanciulli certe orate
D’acque azzurre, pesci d’oro, pesci cantanti!

A volte, martire stanco di poli e paralleli,
Il mare coi suoi singhiozzi addolciva il mio rollìo,
Sollevando ombre a ventose gialle in floreali steli.
E come donna in ginocchio, così restavo io…

Quasi isola, sballottando sui miei bordi i liquami
E gli strilli d’uccelli ciarloni con pupille chiare,
Io vogavo, quando attraverso i miei fragili fasciami
Vennero in me a ritroso annegati a riposare...

Ora, io, perso in una chioma di baie, battello
Gettato dal ciclone nell’etere senza volatili,
Carcassa ebbra d’acqua che nel suo mulinello
Non troveranno i Monitors né i velieri anseatici;

Io, sorto da brume viola, libero e vaporoso,
Che il cielo rosseggiante traversai come un muro,
e che porto (per i buoni poeti gouter gustoso)
Licheni di sole e moccio d’azzurro puro;

Io che corsi, schizzato di lunule elettriche,
Plancia folle, scortata da schiere di ippocampi,
Quando il luglio fa crollare di scosse epilettiche
I cieli d’un blu oltremare dentro a imbuti brucianti;

Io, che sentendo i gemiti dei Behemoth in calore
e dei densi Maestrom, a cinquanta leghe, fremetti;
Io, di immobilità celesti eterno tessitore,
Io rimpiango l’Europa dagli antichi parapetti.

Ho visto arcipelaghi siderali, isole di visibili
Con cieli deliranti aperti al navigatore!
È in tali notti abissali che tu dormi e ti esili,
O Milione d’uccelli d’oro, o futuro Vigore?

Ma troppo io ho pianto, è vero. L’Albe son strazianti,
Tutte le lune sono atroci e tutti i soli amari:
L’acre amore mi ha riempito di torpori ubriacanti.
Ah, scoppi la mia chiglia! Ch’io affondi nei mari!

Se desidero un poco d’acqua d’Europa, è quello
Della pozza nera e fredda in cui il ragazzo accucciato,
Con occhi tristi, fa andare il suo fragile battello,
Come farfalla di maggio nel tramonto profumato.

Onde, non posso più, pregno di vostri languori sottili,
Seguire la rotta dei portatori di cotone,
Né nuotar sotto gli occhi d’orribili pontili,
Né aver più l’orgoglio di bandiera e pennone



Scritto da Marco Buonarroti


Riferimenti bibliografici:

-Mario Bonfantini "Storia della letteratura francese"Ed.Mondadori
-"Rimbaud-Poesie"Newton  Compton Editori
-





lunedì 6 maggio 2013

ATTUALITA' POLITICA:"RODOTA' HA SCRITTO..........."

ASSALTO ALLA COSTITUZIONE




 
Come, e da chi, sarà governato questo paese nella fase che si è appena aperta? La prima risposta è tutta politica e deve partire dalla constatazione che Berlusconi è il vincitore della partita sulle macerie del Pd. E, in quanto tale, non sarà solo il lord protettore di questo governo, ma il depositario di un potere di vita e di morte. La seconda riguarda il modo stesso in cui il governo si è costituito e si è presentato: un governo "per sottrazione", non tanto per l'esclusione di pezzi del vecchio personale politico (in realtà, una vera "rottamazione" riguardante il solo Pd), quanto piuttosto per il silenzio su una serie di questioni evidentemente ritenute "divisive" (l'orrenda parola che connota sinistramente il nuovo lessico politico). La terza risposta è istituzionale ed è affidata all'invenzione di una Convenzione che dovrebbe, nelle parole del presidente del Consiglio, farci uscire dalla Seconda e traghettarci nella Terza Repubblica. La quarta, ma in verità la prima, è quella sociale, che riassume le urgenze dell'economia e il dramma delle persone.

Partiamo, allora, proprio da quest'ultimo tema. Sono stati descritti, in questi anni, alcuni caratteri che veniva assumendo la società italiana, caratterizzata da una serie di fratture profonde, non riferibili soltanto alla sfiducia crescente verso politica e istituzioni, ma soprattutto alla progressiva lacerazione del tessuto sociale. Ma queste rilevazioni oggettive non sono mai state prese seriamente in considerazione. Poiché l'unica bussola è stata quella dell'economia, e il mercato è vissuto come un'invincibile legge naturale, tutto il resto è stato ritenuto "sacrificabile". E infatti la parola "sacrifici" è stata correntemente usata con allarmante leggerezza, senza essere capaci di rendersi conto che così veniva messa a rischio la coesione sociale e s'inoculava il virus della violenza. Quella inammissibile dell'aggressione armata, ma pure quella terribile del "tempo dei suicidi", accompagnate dall'aumento dei reati documentato da commercianti e imprenditori come effetto del disagio che spinge all'illegalità chi vede in ciò una via obbligata per la sopravvivenza. E' giusto, allora, invocare misura nel linguaggio, invito che tuttavia dovrebbe essere rivolto a tutti coloro che nel corso degli anni si sono fatti seminatori di discordia e imprenditori della paura. Ma è doveroso un riconoscimento a chi incanala la protesta sociale nelle forme della legalità. Penso alla Fiom, tante volte aggredita, che ha scelto la via giudiziaria per affermare i diritti dei lavoratori.

Siamo ormai di fronte ai drammi dell'esistenza, e la capacità di governo dei processi sociali si misurerà proprio in questa dimensione, che non può essere dominata dalla prepotenza dell'economia. Se la politica vuole ritrovare il filo costituzionale perduto, deve pur ricordare che la Costituzione parla di "esistenza libera e dignitosa" collegata alla retribuzione, sì che né il lavoro può essere considerato una merce, né l'azione pubblica può essere pensata solo come rimedio per le situazioni di povertà, pur essendo evidente che interventi in quest'ultima direzione siano urgenti. La discussione generale sul reddito di cittadinanza non può essere elusa in una prospettiva che guarda a un nuovo welfare, così come il mondo del lavoro non può essere lasciato privo di una legge sulla rappresentanza sindacale.

Legalità e Costituzione ci portano al non detto del programma di governo, al suo essere prigioniero della logica della sottrazione. Non una parola del presidente del Consiglio sui diritti civili, terreno sul quale in tutto il mondo si discute, si sperimenta, si innova, si legifera. I prossimi anni saranno quelli di un isolamento civile del nostro paese? Eppure, davanti a Governo e Parlamento stanno questioni ineludibili. La legge sulla procreazione assistita, la più ideologica e sgangherata tra i tanti mostri legislativi partoriti dalle maggioranze di destra, è stata fatta a pezzi dalla Corte costituzionale e dalla Corte europea dei diritti dell'uomo: coerenza vorrebbe che si abbandoni la logica proibizionista, che ha prodotto un turismo procreativo che discrimina le donne in base alle loro risorse finanziarie, e si approdi ad una legge essenziale, rispettosa del diritto all'autodeterminazione e di quello alla salute, come la Corte costituzionale ha detto chiaramente. Il presidente della Corte ha recentemente ricordato una sentenza della Consulta che ha riconosciuto alle coppie di persone dello stesso sesso il diritto fondamentale a veder riconosciuta la loro situazione, rinviando correttamente al Parlamento la definizione delle modalità del riconoscimento. Può il Parlamento lasciare senza garanzie un diritto fondamentale delle persone? Possono gli eletti del Pd dimenticare che questo era un aspetto assai sbandierato del loro programma e compariva tra gli 8 punti di Bersani? Si potrebbe continuare, ma bastano questi esempi per mostrare che cosa si sacrifichi sull'altare delle larghe intese.

Conosco la vecchia obiezione. I diritti sono un lusso in tempi di crisi, Bertolt Brecht fa dire a Mackie Messer, nell'Opera da tre soldi, "prima la pancia, poi vien la morale". Ma la dignità delle persone, il rispetto dovuto a ciascuno sono ormai un elemento costitutivo delle società democratiche. Possiamo dimenticarlo, sia pure per un momento? Peraltro, la cancellazione della dimensione dei diritti contraddice la dichiarata attenzione per l'Unione europea, dove ormai la Carta dei diritti fondamentali ha lo stesso valore giuridico dei trattati e afferma chiaramente l'indivisibilità dei diritti.

Le convenienze purtroppo spingono in questa direzione, e tuttavia questo erode la legittimità del governo e la credibilità del Pd, cosa che dovrebbe preoccupare assai, e spingere ad azioni concrete, quei parlamentari che hanno manifestato critiche e preoccupazioni. E che dovrebbero essere memori, di nuovo, degli 8 punti di Bersani, dove comparivano la legge sui conflitti d'interesse e sull'incandidabilità, sul falso in bilancio e sulla prescrizione dei reati. Tutti temi che, malinconicamente, sembrano archiviati.

Qui nasce un ulteriore, significativo problema politico. I gruppi di opposizione hanno responsabilmente parlato della loro volontà di valutare nel merito, senza pregiudizi, i singoli provvedimenti del governo. E tuttavia il ruolo dell'opposizione non può ridursi al gioco di rimessa. Utilizzando anche le norme regolamentari che assegnano spazi garantiti per la discussione delle loro proposte, i gruppi d'opposizione presenteranno certamente proposte proprie, tra le quali con ragionevole probabilità compariranno alcune almeno tra quelle ricordate. Saranno valutate dalla maggioranza di governo con lo stesso spirito costruttivo manifestato dalle opposizioni? O questa si trincererà dietro un rifiuto pregiudiziale, vedendo in quelle proposte l'intenzione di mettere in difficoltà il governo?

Ma il punto più inquietante della linea istituzionale enunciata dal presidente del Consiglio risiede nella proposta di istituire una Convenzione per le riforme. Preoccupa il collegamento tra riforma elettorale e modifiche costituzionali, che contraddice la proclamata urgenza del cambiamento della legge elettorale e rischia, in caso di crisi, di farci tornare a votare con il porcellum (legge che contiene un clamoroso vizio d'incostituzionalità). Preoccupa la spensieratezza con la quale si parla di mutamento della forma di governo. Preoccupa lo spostamento in una sede extraparlamentare di un lavoro che - cambiando il titolo V della Costituzione, l'articolo 81, le norme sul processo penale - le Camere hanno dimostrato di poter fare, con il rischio di avviare un improprio processo costituente "suscettibile di travolgere l'insieme della Costituzione" (parole di Valerio Onida nella relazione dei "saggi"). Inquieta la pretesa di Berlusconi di vedersi attribuire la presidenza di questa Convenzione, dopo essere stato l'artefice di una riforma costituzionale clamorosamente bocciata nel 2006 da sedici milioni di cittadini.

Rispetto a questa linea si manifesteranno certamente le opinioni critiche in quel mondo della sinistra che, in questi anni, ha cominciato a ricostruire una vera linea di politica costituzionale, consapevole dei problemi della democrazia rappresentativa, ma convinta che la via d'uscita non sia quella dell'accentramento dei poteri e della cancellazione dei diritti. Molte forze vitali sono già in campo, e non mancheranno di far sentire la loro voce.

(3 maggio 2013)

 

sabato 4 maggio 2013

STORIA/LETTERATURA :"IL 5 MAGGIO"

Il 5 maggio del 1821 moriva Napoleone Bonaparte nell'Isola di Sant'Elena ,dove era stato esiliato dopo la sconfitta subita a  Waterloo(1815),per opera delle forze anglo-prussiane
Alessandro Manzoni,quando apprese la notizia,scrisse nel luglio dello stesso anno un'ode dal titolo "Il Cinque Maggio" che volle essere una"voce commossa dell'uomo e rasserenatrice della storia"(da Cento scrittori di G.Spadafora Ed.Palumbo).

"Ei fu.Siccome immobile/dato il mortal sospiro/stette la spoglia immemore/orba di tanto spiro/...............

Marco Buonarroti



 

 

venerdì 3 maggio 2013

MUSICA:WAGNER ALL'OPERA DI ROMA

Lirica: Hugo de Ana presenta 'Rienzi', in scena dal 9 maggio all'Opera di Roma

ultimo aggiornamento: 02 maggio, ore 18:14
Roma, 2 mag. (Adnkronos) - Per il ciclo di incontri con il pubblico al Teatro dell'Opera, domani alle 18 il giornalista del 'Corriere della Sera' Valerio Cappelli, alla vigilia della 'prima' dell'opera di Wagner, 'Rienzi l'ultimo dei tribuni', in scena giovedi' 9 maggio, alle ore 19, con la direzione del maestro Stefan Soltesz, presenta nel foyer di primo ordine del Teatro, una conferenza con la partecipazione del regista Hugo de Ana, che firma la regia, le scene e i costumi. Accanto a Valerio Cappelli sara' presente il direttore artistico del Teatro dell'Opera Alessio Vlad.

'Rienzi l'ultimo dei tribuni', dopo la prima del 9 maggio (ore 19), sara' replicato domenica 12 maggio (ore 16.30), martedi' 14 maggio (ore 19), giovedi' 16 maggio (ore 19), sabato 18 (ore 18).



Breve commento di Marco Buonarroti:
L'opera,musicata da Wagner,si rifà alla vicenda di Cola di Rienzo,un cittadino romano che nel '300 si attivò al livello politico per restaurare a Roma la repubblica,sul modello della antica Repubblica Romana.
L'opera,portata in scena nel 1842 a Dresda, ottenne un eccezionale trionfo.

giovedì 2 maggio 2013

ATTUALITA' POLITICA:IL PD TRADISCE 8 MILIONI DI ELETTORI

Nonostante in campagna elettorale avesse giurato e spergiurato che porre fine al conflitto d’interessi era una questione cruciale per il Paese, la Casta-Pd ha scelto l’inciucio con Berlusconi. Un voltafaccia senza precedenti.

di Paolo Flores d’Arcais, da il Fatto quotidiano, 1 maggio 2013

Siamo in piena “neolingua”, quella del Grande Fratello di orwelliana memoria: ieri sono state cancellate dall’italiano la locuzione “conflitto d’interessi” e il lemma “ineleggibilità”, i concetti stessi devono diventare impensabili, benché (o forse proprio perché) lungo tutta la campagna elettorale il Pd avesse giurato e spergiurato che porre fine al conflitto d’interessi era una questione sia di civiltà istituzionale che di efficienza economica, dunque cruciale e improcrastinabile.

Immediatamente dopo le elezioni, il braccio operativo di Bersani, senatore Migliavacca, aveva anzi garantito che il Pd avrebbe votato per l’arresto di Berlusconi in caso di motivata richiesta di un pm, e il presidente dei senatori, Luigi Zanda, che Berlusconi andava dichiarato ineleggibile. Poi la rielezione di Napolitano e il “contrordine compagni!” con cui il Pd ha completato la sua mutazione antropologica in partito doroteo postmoderno.

“Con la lotta al conflitto d’interessi non si mangia”, è la giaculatoria d’ordinanza e d’amorosi sensi col Caimano, con cui la Casta-Pd cerca di tagliare la lingua a chi gli ricorda le promesse appena gettate al macero. Ma è proprio un liberista doc come Luigi Zingales, laurea alla Bocconi, PhD al Mit di Boston, professore all’Università di Chicago, editorialista del quotidiano della Confindustria, promotore della destra civile “Fermare il declino”, che va ripetendo in ogni talk show come ogni conflitto d’interessi produca impoverimento materiale, come il monopolio televisivo di B. generi mostri (anche economici), come l’Italia non possa uscire dalla crisi finanziaria e produttiva, e dalla cronica inefficienza dell’amministrazione pubblica, senza mandare sistematicamente in galera i ladri, i corrotti e gli “amici degli amici” di ogni specie e rango.

Otto milioni e mezzo di italiani hanno votato il Pd credendo di votare anche per queste misure. Scoprono invece che le loro schede fanno mucchio con quelle andate a Cicchitto e Santanchè, Alfano e Scilipoti, per innalzare il Conflitto d’Interessi nella sua forma personificata (tecnicamente: Ipostasi), Silvio Berlusconi, a Presidente della Convenzione che riscriverà la Costituzione.

Nell’intera storia d’Italia un voltafaccia del genere non ha precedenti, il trasformismo di Depretis al confronto sembra una gemma di coerenza. Il ceto politico del Pd che ha votato la fiducia ha firmato la propria ignominia morale, e stabilito che qualsiasi cosa dica in futuro un dirigente Pd la sua credibilità è per definizione zero, flatus vocis per gonzi.

(1 maggio 2013)